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Il Portale F.A.C.I.

Rivista L'Amico del Clero
Le pensioni dei preti e la disinformazione dell'Inps

articolo pubblicato su Famiglia Cristiana
21/07/2015  L'Istituto di previdenza lancia l'allarme sul deficit del "Fondo clero" affermando che il 74 per cento dei sacerdoti ha anche un'altra pensione. Ma non dice che in questo caso la pensione (502 euro netti al mese) erogata dal Fondo è decurtata di un terzo.


Alberto Bobbio


Più che trasparenza quella dell’Inps sul Fondo clero che eroga le pensioni ai sacerdoti italiani e ai ministri di culto delle altre religioni è vera e propria disinformazione. Improvvisamente l’Inps ha scoperto che il Fondo è fuori bilancio nel senso che ha un disavanzo che ogni anno aumenta. Nel 2013 lo sbilancio è stato di 98 milioni di euro, ma il deficit patrimoniale accumulato nel corso dell’anno ha superato di poco i due miliardi di euro. Di qui l’allarme, subito ripreso da molti soprattutto sui social network, che, nonostante la crisi e l’otto per mille, devono essere i cittadini italiani a pagare le pensioni ai preti.

Il setaccio della trasparenza dell’Inps non fa infatti distinzioni in una situazione complessa come quella dei sacerdoti italiani, che sono la maggior parte dei beneficiari del Fondo clero. Che i vitalizi erogati siano ogni anno superiori ai contributi incassati è cosa nota e da anni preoccupa la Conferenza episcopale italiana. Vent’anni fa l’allora presidente dell’Inps Gianni Billia aveva detto praticamente le stesse cose. Prendiamo il 1991. Gli iscritti al Fondo, cioè i sacerdoti che pagavano i contributi erano 24 mila 400 e i pensionati 14 mila 650. Le entrate ammontavano a 53 miliardi di lire e le uscite per le pensioni a 249 miliardi.
Il calo dei sacerdoti che pagano (in realtà lo fa la Cei, dopo la fine della congrua con il rinnovo del Concordati e le Intese) e l’aumento dei sacerdoti anziani ha portato alla situazione di oggi.

Nel 2003 l'età pensionabile dei sacerdoti portata a 68 anni.

Nella situazione attuale si può dire per semplificare che c’è un sacerdote che paga e tre pensionati che incassano. Ma la situazione è ingarbugliata perché le norme assegnano al sacerdote un regime particolare: non è lavoratore dipendente e non è lavoratore autonomo. Quindi non si può applicare il sistema contributivo e neppure quello retributivo. Per questo motivo tutte le riforme delle pensioni avvenute fin qui, da Dini alla Fornero, non hanno toccato il Fondo clero. Ma la Cei nel 2000 aveva chiesto di fare una riforma del Fondo, presentando un’ampia proposta all’allora governo di Massimo D’Alema. Se ne applicò solo una parte, quella che andava a favore del governo, ma si evitò di parlare di riconoscimenti, riscatti, congiunzioni di contributi.

Nel 2003 la Cei decise autonomamente di portare l’età pensionabile dei sacerdoti a 68 anni, quando per tutti gli altri pensionati Inps erano sufficienti 65 anni. Dal prossimo primo gennaio 2016 tutte le età di accesso alla pensione subiranno un aumento di altri quatto mesi, dopo i tre mesi già decisi, e anche questo provvedimento avrà effetti disastrosi sul Fondo. Alla Cei da diversi mesi ci si chiede perché imporre questo ultimo requisito a chi ha già precorso i tempi e da 12 anni si è lasciato alle spalle tutti i requisiti più bassi. Molti pensano che la responsabilità sia della legge Fornero, ma non è così perché la decisione risale alla manovra anticrisi del 2009. Così i sacerdoti andranno in pensione a 68 anni e sette mesi, che vengono giudicati troppi anche per una categoria che ha un elevata età media.
In sostanza l'aumento della speranza di vita applicato al Fondo clero, che ha già operato in tale senso, risulta non tanto logico e rischia di provocare un numero elevato di ricorsi amministrativi se non giudiziari. Sulla questione c’è stata anche un interrogazione parlamentare a gennaio e il governo ha convenuto che applicare l’aspettativa di vita a tutte le categorie e a tutte le forme di previdenza non è logico e che l’Inps dovrà tenerne conto.

Una pensione molto misera 

Il Fondo clero, nato negli anni Sessanta, quando ancora c’era la congrua, si basa su un contributo fisso e non legato alle variazioni di reddito. Per il 2015 tale contributo è di 1.699,92 euro all’anno per ogni sacerdote in attività. È fissa praticamente anche la pensione, circa 620 euro lordi al mese e cioè 502,93 euro netti. Non si può dire che si tratti di pensioni d’oro. È chiaro che essendo fissa l’entrata e fissa l’uscita la variabile è legata all’invecchiamento del clero e alla diminuzione delle vocazioni. Ma è sempre stato così e per questo il Fondo è perennemente, anzi potremmo dire strutturalmente in rosso.

La nota dell’Inps aggiunge che quasi il 74 per cento dei sacerdoti ha anche un'altra pensione. Ma non dice che in questo caso la pensione erogata dal Fondo clero subisce una decurtazione di un terzo. Per tutte queste ragioni non è possibile far passare i preti come altri lavoratori e quindi non è nemmeno giusto che essi passino al sistema contributivo. Nel caso lo facessero, cioè se si applicasse il contributivo al 60 per cento delle pensioni con decorrenza successiva al 1999 la decurtazione delle pensione attuale sarebbe del 50 per cento, cioè sotto la minima e quindi pari a 250 euro al mese. Ogni anno l’Inps concede al Fondo i soldi necessari al riequilibrare i conti.


Parere del Prof. Vittorio Spinelli consulente previdenziale Faci :

'forse sarebbe il caso che qualche governo cominci a prendere in considerazione il fatto di ripianare per legge il deficit del fondo come debito morale verso una categoria silenziosa, ma particolarmente incisiva nella collettività nazionale per gli incalcolabili servizi resi nei campi campi dell'assistenza, del disagio sociale e della custodia dei beni culturali.'