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Droga, la sentenza choc della Cassazione Coltivare cannabis in casa? «Non è reato»

IL PRONUNCIAMENTO RISCHIA DI APRIRE UN NUOVO FRONTE NEL DELICATO SCACCHIERE POLITICO

Droga, la sentenza choc della Cassazione Coltivare cannabis in casa? «Non è reato»

 

«È reato vendere i prodotti derivanti da “cannabis light”» tuonava la Cassazione a Sezioni unite lo scorso luglio, vietando di fatto la vendita dei prodotti ottenuti dalla canapa e commercializzati nei cannabis shop. Ecco perché fa specie scoprire che nei giorni precedenti al Natale – proprio mentre in Parlamento infuriava la polemica sull’emendamento inserito all’ultimo momento dal Movimento 5 stelle che invece la “cannabis light” voleva tornare a legalizzarla (poi bocciato) – la Cassazione a sezioni unite abbia preso una decisione epocale sulla cannabis normale: ovvero che coltivarla in casa propria, per farne uso personale, non è reato. O meglio, non lo è più, visto che la Corte costituzionale in passato è intervenuta più volte sul tema, sposando una linea rigorosa, poi seguita da tutta la giurisprudenza: ovvero che la coltivazione di cannabis è sempre reato, a prescindere dal numero di piantine e dal principio attivo ritrovato dalle autorità e anche se la coltivazione avviene per uso personale. Perché? Semplice: «La condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti – sostenevano i giudici – può valutarsi come “pericolosa”, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli, per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio».

Ora invece – anche se per avere un quadro più chiaro bisognerà attendere le motivazione della sentenza, depositata il 19 dicembre – cambia tutto: «Il reato di coltivazione di stupefacente – si legge nella massima provvisoria emessa dalla Corte – è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio

attivo ricavabile nell’immediatezza. Devono però ritenersi escluse – ecco il punto dirompente della pronuncia –, in quanto non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate i via esclusiva all’uso personale del coltivatore». Insomma chi coltiva per consumare da sé non compie più reato. E viene propugnata così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo assuntore di marijuana che decide di procurarsela da sé, coltivandosela.

La sentenza si abbatte come una scure sul dibattito in corso nel Paese sulla legalizzazione della cannabis, aprendo di fatto una nuova breccia culturale nel processo di “normalizzazione” di questa sostanza. Che una droga è a tutti gli effetti, è pericolosa per la salute e il cui consumo – lo ha certificato lo Stato, appena qualche settimana fa, nella Relazione del Dipartimento delle politiche antidroga al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze – è in drammatico aumento: la cannabis anzi è la sostanza più diffusa in assoluto, con un terzo dei ragazzini che l’hanno consumata almeno una volta, 150mila fra questi questi a rischio e un’“iniziazione” scesa ai 15 anni. Numeri i cui effetti, per altro, si misurano sulla strada a ogni nuovo incidente (e omicidio) stradale), proprio come quello di Gaia e Camilla che ha scosso il Paese in queste ore.

Immediate le reazioni politiche, a cominciare proprio da quelle dei 5 Stelle, che tornano alla carica (insieme a Leu e +Europa) sulla legalizzazione. Critiche e perplessità invece dall’opposizione.

Viviana Daloiso

Avvenire, 27/12/2019