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Il Portale F.A.C.I.

Rivista L'Amico del Clero
CONVEGNO FACI 2019

Il convegno svoltosi alla Koinè di Vicenza per festeggiare i 100 anni della nostra rivista ha avuto il pregio di portare la riflessione su molti temi che stanno a cuore ai sacerdoti.

Gli interventi del vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, del parroco Maurizio Patriciello e del giornalista

vaticanista Luigi Accattoli hanno richiamato ad esempio la necessità per i pastori di stare – come dice papa Francesco – contemporaneamente alla guida del popolo,

per segnarne il cammino, in mezzo al popolo per saggiarne gli umori e gli “odori” (cioè i bisogni), e alla retroguardia, per proteggere i più deboli.

Ma c’è un aspetto, intimamente collegato a queste riflessioni, che è stato messo in rilievo da monsignor Giuliodori e sul quale è opportuno ritornare per la profondità e insieme

la fecondità del messaggio.

Il vescovo ha infatti citato il discorso rivolto da Francesco ai presuli del Centro America, durante il viaggio a Panama dello scorso gennaio per la Gmg.

Un discorso tutto cucito con il filo della Kenosis di Cristo. “Chi è chiamato ad agire in persona Christi - ha rimarcato infatti il relatore - non può che svuotarsi di se stesso,

per riempirsi dell’umano”. In effetti, se andiamo a rileggere il discorso del Papa, ne troviamo la conferma. “È importante, fratelli, - disse il Papa in quella occasione - che

non abbiamo paura di accostare e toccare le ferite della nostra gente, che sono anche le nostre ferite, e farlo nello stile del Signore”. Il pastore dunque “non può stare lontano

dalla sofferenza del suo popolo; anzi, potremmo dire che il cuore del pastore si misura dalla sua capacità di commuoversi di fronte a tante vite ferite e minacciate.

Farlo nello stile del Signore significa lasciare che questa sofferenza colpisca e contrassegni le nostre priorità e i nostri gusti, colpisca e contrassegni l’uso del tempo e del

denaro e anche il modo di pregare, per poter ungere tutto e tutti con la consolazione dell’amicizia di Gesù in una comunità di fede che contenga e apra un orizzonte sempre

nuovo che dia senso e speranza alla vita (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 49). La kenosis di Cristo esige di abbandonare la virtualità dell’esistenza e dei discorsi per ascoltare

il rumore e il richiamo costante di persone reali che ci provocano a creare legami”.

Giuliodori giustamente ha sottolineato che in questo pontificato fatto di gesti, lo spogliarsi evangelico di tutto ciò che è orpello, per andare all’essenziale incontro con chi vive

nelle periferie anche e soprattutto esistenziali della vita, è la dinamica di fondo. I cosiddetti “venerdì della misericordia”, ha detto l’assistente dell’Università Cattolica, sono un

chiaro messaggio che viene ai sacerdoti: “Non mi rivesto di ruolo e autorità, ma accetto di partecipare al processo di svuotamento e libertà che mi consente di accogliere l’altro.

Non può esserci sacerdozio – ha sottolineato ancora Giuliodori – che non sia abbraccio ed espressione di misericordia”.

Ancora una volta le parole del vescovo ricevono forza e conferma dalla lettura del testo papale. “Il risultato del lavoro pastorale, dell’evangelizzazione nella Chiesa e della

missione – disse il Papa a Panama - non si basa sulla ricchezza dei mezzi e sulle risorse materiali, o sulla quantità di eventi o attività che realizziamo, ma sulla centralità della

compassione: una delle grandi caratteristiche che come Chiesa possiamo offrire ai nostri fratelli. Mi preoccupa come la compassione abbia perso la sua centralità nella Chiesa.

Anche i gruppi cattolici l’hanno persa – o la stanno perdendo, per non essere pessimisti. Anche nei mezzi di comunicazione cattolici, la compassione non c’è.

C’è lo scisma, la condanna, la cattiveria, l’accanimento, la sopravvalutazione di sé, la denuncia dell’eresia… Che non si perda nella nostra Chiesa la compassione, e non si

perda nel vescovo (potremmo aggiungere, anche nei sacerdoti, ndr) la centralità della compassione.

La kenosis di Cristo – concluse infatti il Papa - è l’espressione massima della compassione del Padre”.

E’ evidente, ha commentato monsignor Giuliodori, durante l’incontro per i 100 anni de L’Amico del Clero – che “il codice interpretativo attribuito più di ogni altro dal Papa ai

sacerdoti è la misericordia. E questo dà corpo all’altra grande immagine che Francesco usa per descrivere la Chiesa: un ospedale da campo. Al sacerdote, cioè, è chiesto di

farsi promotore di una Chiesa non arroccata, ma capace di entrare nel mondo e di mettersi in gioco. Di farsi interpellare anche se comporta lo sporcarsi le mani”.